Genova, la dignità delle vittime

Qual è il significante di un’immagine? Ora che l’ultimo disperso della tragedia di Genova è stato ritrovato e che il bilancio delle vittime è salito a 42, c’è poco spazio, direte voi, per le domande dotte.

Ma siccome la nostra è una civiltà dominata dalle immagini qualche esercizio interpretativo sui funerali di Stato va fatta. Un’immagine ha un contenuto esplicito, un significato concettuale e un aspetto fisico del segno che parla al di là del contenuto. Chiamiamolo SENSO.

Le immagini sono potenti perché al di là di quello che dice un giornalista, dicono molto per conto loro, subito e senza mediazione. Arrivano al cervello razionale e all’inconscio, arrivano alla pancia.

L’immagine in questione è la lunga carrellata dei familiari delle vittime, quelli che hanno accettato la liturgia pubblica e i suoi simboli istituzionali.

Nel lento movimento della camera si vedono le bare, i fiori, e poi primi piani di persone sfatte dal dolore ma composte, erette e attente ad ascoltare frasi forse fatte forse no, ad ascoltare senza disprezzo e senza distanza.

Si vedono mani poggiate con delicatezza sul legno che ospita l’eternità dei propri cari, ma soprattutto si vedono occhi che fissano un punto dell’infinito, come a chiedere a quel metafisico nulla di partorire un perché, un perché proprio a me?

Una spiegazione qualsiasi, ma accettabile.

Intanto le parole del nostro straordinario Vangelo parlano di giustizia e ingiustizia, di ricompensa dei cieli. Dopo c’è stato anche un doveroso rito per le vittime di fede musulmana, ma aldilà del rispetto per le singole fedi, quegli occhi continuano a domandare.

Sono ancora troppo attaccati all’empirico ricordo dei propri cari, alla fisicità dei loro progetti normali, a quel viaggio della normalità interrotto da un crollo che questo sì, non dobbiamo far passare per metafisico perché non sappiamo trovare una precisa responsabilità umana.

Però attenzione, nello sguardo dei familiari delle vittime non c’è rabbia, non c’è populistica sete di vendetta. Il Senso di questa lunga carrellata è la dignità. Parola dalla semantica ormai strattonata, divorata dalla governance politica, finita in slogan con termini tecnici come decreto, reddito, pensioni.

Per me la dignità appartiene ancora alle categorie morali. Ed è la dignità profonda delle vittime, in senso lato, che dà una lezione alla politica: il silenzio senza accuse opposto al clamore del palleggio delle colpe.

Una lezione alla politica di oggi e di ieri, perché un crollo delle dimensioni di Genova è fatto di tanti crolli morali progressivi, interessi, omissioni, inadempienze, superficialità.

A queste vittime date allora un’inchiesta rapida e rigorosa, e che la politica di oggi senza strillare slogan da campagna elettorale perenne, individui gli errori del passato e li cancelli per il futuro. Quegli occhi tristi e inerti sono una lezione anche per chi non ha, legittimamente, accettato i funerali di Stato.

Lo Stato non venga a piangere sulle mie bare, ma mi protegga se prendo un treno e vado al lavoro all’alba (chi parla più della tragedia di Pioltello?) o se attraverso un ponte per i mille motivi della mia normale quotidianità.

Però lo Stato è fatto di tanti fattori, di tanti uomini e di tante sensibilità, ai funerali c’erano commossi anche i soccorritori, tutti quelli che hanno dimenticato il Ferragosto per dedicarsi 24 ore su 24 ad aiutare. Se non riconosciamo il senso degli altri non possiamo convivere in uno Stato che vale per tutti.

Sulla spiaggia di Spotorno, non distante da Genova, durante i funerali, tutti si sono fermati al suono delle campane, la gente ha smesso di fare il bagno, tutti in fila mano nella mano per un minuto di silenzio, poi un lunghissimo applauso e baci verso il cielo.

Anche questa immagine ha un Senso, le persone con il loro corpo sono capaci di fare un ponte che ci fa attraversare l’egoismo verso l’amore, verso la speranza di un futuro dove tragedie cosi folli non accadano più.

Claudio Brachino

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